In quest’ultimo periodo l’attenzione della scena rock italiana è stata catturata dalla riedizione del famosissimo album “Hai paura del buio?” degli Afterhours.

Nelle dichiarazioni del frontman  Agnelli , proprio in occasione della presentazione del disco, si coglie un accenno polemico nei confronti della scena rock italiana attuale:

“L’attenzione della stampa è cresciuta e la qualità della musica è migliorata nel senso che si suona e si produce meglio. Però creativamente la scena non mi pare molto cresciuta. Anzi proprio poco. Le band fanno fatica a essere personali, ci sono molti meno freaks, molti meno mostri, e c’è molta più omologazione”.

Parole che fanno riflettere, soprattutto perché pronunciate da uno dei massimi esponenti della scena alternative del nostro paese.

Davvero siamo messi così male? Davvero mancano le idee nonostante l’interesse della stampa sia cresciuto?

Sicuramente mettere su una rock band, produrre e riuscire ad “uscire” è molto difficile, anche perché nella scena alternative non c’è l’ X-Factor di turno che ti catapulta  alla ribalta e ti rende in pochissimo tempo un fenomeno damainstream. E’ anche vero che riuscire ad essere originali e creativi non è impresa di certo facile.

A dire il vero il rock italiano nella migliore delle ipotesi ha ricalcato senza grandi pretese le tradizioni anglo-americane, solo in pochissimi casi è riuscito ad essere pioniere di qualcosa di nuovo ed innovativo. Dando il giusto peso al fenomeno delle cover/tribute band che dichiaratamente omaggiano i vari artisti internazionali e volgendo lo sguardo “verso l’alto” non è forse Luciano Ligabue il miglior tributo vivente a Bruce Springsteen? Perché Vasco Rossi ha coverizzato un pezzo storico dei Radiohead come Creep?

La risposta sembra immediata: mancanza di idee!

Ma non è proprio così: la scena underground pullula di giovani band  – interessanti  band- che reclamano spazi ed attenzioni. Non è del tutto vero che l’attenzione dei mass-media nei confronti della scena rock è aumentata anzi. Come detto sopra, si da spazio prevalentemente alla musica pop che viene fuori dai reality, perché più immediata e garantisce emozioni a buon mercato e facili profitti.

E’ vero che rispetto a vent’anni fa la concezione del rock (sia musicalmente che concettualmente) è profondamente cambiata.

Rock vuol dire ancora qualcosa?

L’atteggiamento del pubblico nei confronti della musica si è ormai sbarazzato di ogni rigidità passata. Il rammarico per il fallimento di eventi come i Woodstock revival o per l’assenza di band-simbolo come i Clash rischia di essere un atteggiamento miope e non attuale.

La musica ha cambiato funzione sociale. E’ errato però trarre conclusioni affrettate: se il rock si è allontanato dal suo essere strumento conflittuale e critico, non per forza ciò significa che abbia ridotto il suo potenziale comunicativo, anzi lo sviluppo del web ha dato possibilità comunicative un po’ a tutti. Potremmo dire anche che l’identificazione del rock come “forma di ribellione” ha svuotato di senso i suoi contenuti più di quanto non abbia fatto la sua scomparsa come categoria facilmente distinguibile. La moda può trasformare ognuno in un rocker maledetto dall’oggi al domani: non esiste più alcuna creatività sovversiva nella semplice replicazione dello stile.

Ancora Agnelli: «Abbiamo perso. Gli anni ’70 ci hanno consegnato coraggio e idee, noi non siamo in grado di fare lo stesso con i giovani». Il mea culpa fatto dall’istrionico cantante forse è un po’ troppo eccessivo!

Noi non siamo i figli degli anni’70, viviamo in un mondo in continua evoluzione: cambia la cultura, cambiano i costumi e cambia il modo di pensare ed è fisiologico che cambi pure il modo di intendere il rock. L’unione di esperienze passate, di suoni ascoltati all’infinito e di generi già conosciuti è il risultato del mondo che cambia e si evolve e non per questo deve essere considerato meno creativo, potrebbe essere invece segno di una ricchezza culturale ed una disponibilità mentale maggiore, capace di dispensare un nuovo dinamismo creativo.

E’ giusto dare spazio al nuovo che avanza con i suoi pregi e difetti figli dell’epoca che viviamo.

Magazine - Other articles

Su questo sito usiamo i cookies. Navigando accetti.