di Enrico Riccobene

 

Potrei raccontarvi una storia. Potrei raccontarvene tante.
Di quattro ragazzini di Londra - Pete, Roger, John e Keith - e della loro band “The Detours”.
Della gente che parlava a vuoto della loro generazione.
Di mosse iconiche, braccia che roteano su di una chitarra come pale di un mulino, microfoni lanciati in aria, strumenti fatti a pezzi.
Di quella volta a Woodstock quando, mentre la band - che nel frattempo aveva cambiato nome e pubblicato dei dischi destinati a diventare pietre miliari della musica contemporanea - si esibiva in una delle canzoni più belle ed emozionanti, “See Mee, Feel Me”, il sole iniziò a sorgere.
Di rabbia e d'amore. Di cosa ha significato per me Baba o'Riley negli anni dell'adolescenza, del perché “I Can see for miles” mi fa pensare a un'estate non tanto lontana.
Di Keith Moon che cresce il piccolo Zak Starkley, figlio di un tale Ringo, e gli insegna a suonare la batteria; e di quando, anni dopo, sarà proprio Zak a prendere il posto del defunto zio Moonie.
Del perché m'incazzo quando mi parlano della sigla di CSI.
Di chi non ha mai ascoltato Tommy con una candela accesa.
Potrei spiegare quello che sono stati gli Who per la storia della musica.

Ma non posso.
Non posso spiegare.

 

E allora vi racconterò un'altra storia. Questa, per quanto difficile, proverò a raccontarvela per bene.
Di attese, sogni che si realizzano, gole che si squarciano urlando in coro, promesse non mantenute.
Sono in fila ed ho il numero 103 scritto a pennarello sulla mano destra.
Il che significa che tra me e gli Who ci sono solo un centinaio di persone. E circa 8 ore, infinite, di inerte attesa.
"Ci sarei andato anche io in un Bed and Breakfast"
"Io non ho un soldo!"
Questo dialogo tra Dave e Chalky - due dei protagonisti del film Quadrophenia - che cercano un modo "economico" per passare la notte a Brighton, potrebbe benissimo esser avvenuto tra me ed i miei compagni di avventura. Ed infatti è avvenuto.

A questi viaggi della speranza alla ricerca del sacro Graal dei concerti sono ormai avvezzo.
Pochi euro, zero ore di sonno, zero punti d'appoggio. Succeda quel che succeda. E ce ne sarebbero di cose da raccontare, ma non è questa la sede. Sono altre storie.
Ma mai più, mi riprometto ancora una volta lì in fila, morto dalla stanchezza.
Ordunque, toccata e fuga. Così siamo partiti zaini in spalla alle 6 del mattino alla volta di Bologna, giretto in centro, panini con la mortadella, qualche birra. Ed eccoci, poco prima delle 15, già stanchi, in quel di Casalecchio di Reno, aspettando che qualcuno apra i cancelli dell'Unipol Arena. Siamo già allo stremo delle forze Giulio, Ale ed io; così come tutti i presenti, sempre più numerosi. Non vediamo più la coda della fila dietro di noi. “Abbiamo fatto bene a venire prima, cazzo!”.
Quando ormai non credevamo più di poter arrivarvi vivi – l'apertura dei maledetti cancelli. Corsa stremante ad accaparrarsi il miglior posto.
Non male, siamo in seconda fila, proprio al centro. Roger Daltrey lo guarderemo negli occhi, sentiremo la sua voce anche quando lontana dal microfono. Non male, non male.

Ed ora, non ci resta che aspettare. Ancora.

Sul maxi-schermo accenni alla storia degli Who, alla band, a tutti i personaggi che hanno operato e operano dietro le quinte (staff, produttori, fonici), all'allergia di Roger al fumo - il che implica il divieto di accendersi anche una sola sigaretta durante il concerto. Di sottofondo, i Deep Purple, gli Zeppelin, Bowie. Tutto molto bello, ma anche basta. Sono le 20.
Si spengono le luci. Ah, c'è una band d'apertura? Poco male. Ed allora ascoltiamoli, gli
Slydigs. Occhiali da sole, brit style ed arroganza. 'sti 4 ragazzacci inglesi – un po' Oasis, un po' Jet – ci sanno davvero fare, e ci scaldano per benino con il loro garage rock n' roll. Nessun dubbio permane sul perché gli Who abbiano deciso di portarseli in tour anche in Europa, dopo le date in America.
Circa 7 pezzi, poi si congedano. È quasi l'ora.
I roadie smontano e rimontano il palco. Si spengono le luci, di nuovo.

Entrano Pino Palladino e Zak Starkley, accompagnati da urla e applausi.
Entra la band di supporto.
E dunque, eccoli. Boato. Gli unici superstiti della formazione originale. Due che se non hanno dato i natali al Rock come lo conosciamo oggi, diciamo che come minimo l'hanno cresciuto come un figlio.
Un secolo e mezzo in due, e tu hai pagato e atteso per sentirgli cantare “I hope I die before get old”.
Ma alla fine di questa storia, anche questo avrà un senso.
Pete Townshend e Roger Daltrey.
Sorrisi, presentazioni, qualche incomprensibile tentativo di parlare l'Italiano da parte di Pete. E si comincia il concerto come è iniziata la loro storia discografica: I Can't Explain, il primo singolo della storia della band, il primo pezzo ad ammazzare questo ultimo Sabato sera di questa folle estate. Ok, è tutto vero, siamo qui, ora, adesso, noi e loro. Io e gli Who.
Avevo paura. Che il tempo avesse lasciato il segno, troppo forte, su di loro. E invece no, come le vere leggende, anche loro sembrano sfuggire all'incedere spietato degli anni.
Ripercorrendo oltre 50 anni di pietre miliari, sembra che siano ancora lì sul palco assieme ai perduti compagni di viaggio John e Keith, come se il tempo non li avesse mai davvero separati, come se i segni fossero stati lasciati solo sui vissuti corpi. Ballano, sorridono, si agitano. Ah, il windmill di Pete sulla sua chitarra, vale da solo una vita di attesa!
E la scaletta non lascia nessun rimpianto:
The Seeker, The Kids are Alright, Who Are You, Behind Blue Eyes. Pete blatera qualcosa nel suo Italiano fishandchipsico, capisco solo “cervello”. Poi si spiega “are you ready to go crazy?”: My Generation, inutile star qui a descrivere l'indescrivibile. Ecco, sì, come dicevo quel “I hope I die before get old” acquisisce un senso, perché gli Who ci dimostrano che la giovinezza non è un fattore prettamente anagrafico, non lo è affatto.

Pensiero alla vittime del terremoto del centro Italia, applausi commossi da parte nostra.
La sete e la stanchezza si fanno sentire, ma chissene. Roger lancia qualche bottiglietta di acqua a noi fortunati delle prime file. E ci battezza spruzzandoci, come con me ed Ale fece già Mick Jagger (Giugno 2014 al Circo Massimo di Roma, ndr)
. Queste cose le metterò nel mio curriculum, Cristo!
Fatto sta che si entra nel vivo dello spettacolo: è il momento dedicato alle due grandi opere della band,
Quadrophenia e Tommy. I pezzi principali di questi due monumentali dischi vengono eseguiti da brivido. Dopo 5:15 Roger lascia il palco al compagno: I am One e la strumentale The Rock; dietro scorrono immagini violente di guerre, distruzioni, massacri, attentati, stralci di concerti dei Sex Pistols, di Keith Moon e John Entwistle, le prime pagine dei quotidiani sulle morti di Elvis Presley e John Lennon. Emozionante, come la stupenda Love Reign over Me. 

È il turno di Tommy, la prima Rock Opera della storia secondo alcuni.
Amazing Journey, Pinball Wizard, The Acid Queen. Ed uno dei punti più carichi di pathos da sempre nei concerti degli Who: See Me, Feel Me.
Siamo strafatti di storia della musica, inebetiti dalla bellezza di quelle canzoni che per anni abbiamo consumato sui nostri dischi.
But the best has yet to come.
Il synth è inconfondibile, uno dei più grandi inni del RockNRoll:
Baba o'Riley. Il microfono non serve a nulla, cantiamo noi al posto di Roger. Quanti ricordi, quasi piango. Piango. Ma è solo teenage wasteland, lo so.
Si chiude in bellezza, come diversamente non poteva essere: We won't get fooled again.
Non ci faremo fregare di nuovo. E invece sì, ci faremo rifregare. Ancora e ancora.
È la grande truffa del Rock n Roll, cantavano i Sex Pistols.

Mai più, mi ero ripromesso lì in fila. Le luci si riaccendono, Rings of Fire di Johnny Cash ci accompagna all'uscita. Andiamo a comprare di corsa dell'acqua. So già che non manterrò quella promessa.
Perdiamo la prima navetta, verso mezzanotte arriviamo alla stazione di Bologna.
L'orologio è ancora fermo alle 10:25 di quel maledetto 2 Agosto dell'80 che l'ha resa tristemente iconica. Noi passeremo la notte su quella panchina, prima di prendere il pullman per l'aeroporto, e poi dopo qualche ora, l'aereo. Si torna a casa, si torna a Catania. Alla quotidianità, all'esame che dovrò sostenere con pochissime ore di sonno il giorno dopo con sveglia, ironia della sorte, alle
5:15.
Con l'amara consapevolezza che non assisterai mai più, molto probabilmente, ad un concerto degli Who.
Con la consapevolezza, dolce, di aver ancora una volta assistito ad un pezzo di storia, che ti porterai sempre dentro, per sempre.
Siete anziani! Anzi, siete vecchi!” ci urla una zingara pazza  - la Acid Queen di Tommy, qualche anno e qualche pasticca dopo? - mentre siamo seduti su quella panchina.
Ma la giovinezza non è un fattore prettamente anagrafico.

Lei questo non lo sa.
Non può saperlo.
Ma noi sì.
Ma queste sono altre storie.

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